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Quando Linda si faceva la doccia, o si immergeva nella vasca, era un piacere vedere lei, e l’acqua da bella e trasparente diventare in pochi minuti “acqua usata”, come quando una pianura, libera nella sua pace, è assaltata da una calca armata, a dare quello che la pianura forse non vedeva o non aveva da molto tempo — la polvere, come quella dell’incidente, che impiega parecchi minuti o alcune ore prima di tornare a confondersi con il suolo.
Le fluttuazioni dell’acqua, della polvere, degli ex di Linda, dell’ “educazione sentimentale” da lei ricevuta in famiglia; lei passeggiava nel mezzo della precettistica — l’ingresso nel mercato del lavoro in crisi, il futuro bisogno di un reddito, l’urgenza di unirsi o convivere, i sogni lasciati al caso anche perché non c’è altro modo di trattarli. Linda era la ragazza che vedevo oltre la luce.
Quella luce mi faceva a pezzi, perché mi impediva di vedere lei.
Odiavo quella luce.
Ma un giorno doveva venire il sorriso. Avrebbero ucciso il cristo o qualunque immagine statale fosse stata usata per diffondere il verbo. Nessuna resurrezione. Solo una morte. Linda sarebbe tornata alla vista. E io avrei avuto una buona vita.
Ogni tanto, oggi, la luce torna. Ma è solo un rigurgito. O la confusione con il sole che non smette di allietare le mie piccole giornate.
So che pochi attimi e andrà via, e lascerà Linda alla vista. Quindi ora rido anche quando c’è la luce, perché so che quella luce disturbante se ne andrà, e Linda tornerà ai miei occhi e al mio sorriso.
Lei porta avanti le sue ore quotidiane, ovunque io vada: a lavoro, a casa, altrove. Lei è sempre davanti a me.
non continua
la misura delle timide
punture
non denudano i miei occhi
la delimpida stagione
dove bella e
levigata si avvicina mia jasmine
come flampolla lei combina
le candide e le non candide
le pure e le umili
correnti ingenuine
non violano jasmine
non mancano di riso
le rosee positure
e lei mi canta
negli angoli di bocche di refoli
e il ventolino canta le sue siepi
con lei
coi denti della gioia e dei risvolti
di gioia
anche in un tenero stridore
in gialluminio

Sulla scrivania di legno rifatto, con i solchi dove il colore sembra essere adagiato,
io mi convinco che ora scende il colore delle stelle che non ho mai visto in altre zone
di miglothrez se non in questa. Non ho mai vissuto altrove. Ho sempre colorato senza
pensare che fosse arrivato il colore, il tratteggio, la linea sbagliata.
Mi sono rincuorata, quando ho scoperto che quanto
è stato lasciato da me è riapparso stranamente come un affetto fantastico.
Mi sono rincuorata, e il colore è sceso come rugiada piovosa e tutto il resto.
E ha toccato terra.
E non voglio avere paura della terra che non è toccata dalla pioggia né del fatto che non
riappaia niente di quanto avevo lasciato per errore. Posso aver sbagliato, ma niente aridità,
anche se è arido il cammino dove mi trovo.
Essere potente è il mio rincuorarmi. E mi sono rincuorata attraverso il mio sentire di
essere potente. Non posso rincuorarmi se non sono e non sento
questo. Il cuore si sofferma e si rinsalda, e la pietra si rincuora con me.
Quando sento la pioggia di rugiada sul mio voler andare nella zona di confine,
io ho la sicurezza che quanto è vicino a me sarà me stessa. Il cuore si rinsalda e i colori
del cielo scendono vicini, vicini alla mia sicurezza. Tutto di me è toccato dalla pioggia di
rugiada.
Non posso pensare che il mondo si fermi. Non può accadere.
Piove su tutto.
Prima di andare via di qui, voglio vedere ancora una volta la scuola dove mi hanno istruita.
Prima di correre verso l’ufficio che mi assegneranno dopo il superamento del test,
voglio vedere ancora una volta il cielo di colori che so nella zona di confine essere alieno.
Prima di diventare «bio» persona, voglio ancora essere tratteggiata di bellezza di grafite.
Il mio viso si scurirà, e io saprò che la pioggia non piove su niente che non su se stessa.
E il cuore si rinsalda ancora di più, fino a non sentire più altro che il potere di non sentire.
Sarò «bio» persona. E il sangue non batterà sulle pareti.
Non pioverà su niente.

FUNKY
Non farti individuo.
La tua soddisfazione non può trasparire, non hai viso.
Non coprirti di un viso che
ti neghi alla purezza dell’essere-per-l’essere.
Lascia a noi
l’onere di esserci. Tu sei a prescindere da te stessa.
Non lasciarti guardare dagli individui, ma ispira la classe.
LINDA
Se un’azione non porta al cambiamento, può essere considerata errore.
So che sbaglio uccidendo, ma sbagliare mi dà soddisfazione. È solo
illusione di soddisfazione?
Lasciami
l’illusione. Pagherò come non pagano mai i potentati. E forse allora diventerò
un simbolo. E forse allora non sarà stato un grave errore
il mio.

FUNKY
Il tuo viso mi attrae, perché non hai viso.
Non sei una, ma sei un modo dell’Uno.
Se mi chiedono quale sia la cosa di te che più ritego bella, rispondo: “La
bellezza”.
LINDA BIOPERSONA
Quando uscirò da questa funzione,
e ne uscirò,
sarò pronta a uccidere tutti quelli che
mi hanno chiusa in questa funzione. So che
il problema sociale non sarà risolto, ma io avrò soddisfazione.
Io,
avrò soddisfazione.
Con la morte toglierò potere a coloro che
lo hanno. Perché se non li uccidi non lo lasceranno
mai. Non hanno ragione per lasciare il potere che
hanno ottenuto grazie alla democrazia ignorante che li ha legittimati.
Uccidendo i potentati, io
riconosco che nessun problema sarà risolto. Solo educazione, conoscenza,
libertà di espressione, scambio di informazioni,
riduzione dell’apparato legale possono portare al
cambiamento. Ma io
voglio ucciderli per far provare loro quello che ho provato
io.

Tutto quello che potevo non l’ho fatto.
Potevo essere più preparato, più sensibile ai cambiamenti intorno.
Potevo sorridere di più, e ridere di meno. Potevo andarmene da questa
ipocrisia. Invece sono restato.
Quello che ho intorno è per lo più ipocrita e doppio. Solo un piccolo
stuolo di persone è vicino. Queste poche persone non mentono anche quando non sono
del tutto sincere. Infatti, non importa che non siano sincere. Leggi sul loro
viso la spontaneità del loro non essere del tutto sincere. E senti che non è grave. È perfetto.
E questa è amicizia.
Poi abbiamo l’amicizia ipocrita. Quella cosa che si finge amicizia, ma è altro.
Non importa cosa. È altro.
Ti porta a sé, illudendoti, offrendoti bellezza che non è bellezza, amore che non è amore. Generosità che non è generosità.
Ma ancora di più dell’ipocrisia, il “doppio pensiero” è la chiave del successo.
Dire tutto e il contrario di tutto. Qualunque cosa al posto di qualunque cosa.
Questa è la politica dove siamo finiti, dove sono gli amici veri, quelli che sono sinceri
anche quando si nascondono con naturalezza per non essere del tutto sinceri,
e gli amici ipocriti e doppi, quelli che ti fottono comunque.
Comunque sia, io vado avanti e rimango qui. Il solo doppio che posso incorporare è
andare avanti e rimanere qui.
Non voglio essere ipocrita. Né voglio essere doppio.
Se dovessi avere in coscienza questo sentire, mi vomiterei dentro.
È quello che non voglio.
(Il disegno è di Zdzislaw Beksinski.)

Donna di resina nera. Vivi al confine e controlli
gli accessi alla nazione e le “andate-via”. Il tuo viso fatto di
polvere nera non si fa davanti a nessuno. Il tuo viso è il controllo.
In questa terra non può entrare tutto. Da questa terra esce
solo quello che vuole la legge. Tu sei l’ «econoenforcer». I tuoi capi usano
la parola «economia» per far credere che l’economia sia un danno.
Ma non è un danno. L’economia funziona, in ogni caso. È l’istituzione il danno.
Donna di resina nera, tu sei l’ufficio controllore, il momento ineffabile,
istituzionalmente puro. Il prossimo anno sarai sostituita.
Donna di resina nera, con i tuoi vent’anni sei la vita di
questa terra, il senso della nazione dove milioni sanno chi sei per quello che
appari. Il tuo mondo dura un tempo limitato. Tu sei la fermezza che
non comunica a me, che non comunica me. Tu sei la mia morte che presto
si fa viva alla mia porta, al di là della quale vivo stupido.
Donna di resina nera, il tuo ufficio è detto «biopersona».
Biopersona chiamano tutti te, la tua persona.
Il mondo è pulito, polvere pulita, il sogno che sbianca la nericanza. Il sogno
del mondo sei tu. E tutti sanno che tutto quello che entra nella terra è
bene. Quello che non entra, non entra perché non è bene.
Donna di resina nera, quanto è il controllo che metti nei giorni
del tuo ufficio? Cosa posso offrire alla tua biopersona se non il mio
consumo, il mio comprare prodotti interni alla terra, più costosi di quanto non
siano se il non-bene entrasse? Tu sei bellissima, e io voglio il tuo sesso.
Donna di resina, tu sei bellissima. E io voglio ora il tuo sesso.
Dammi il tuo umore nero. Spandilo sulla mia pelle di cittadino consumante.
Stupidamente io sono il tuo senso, e tu la mia devastazione.
Donna di resina nera, il mondo non può continuare senza di me, senza di te.
Siamo tanto diversi. Ma il nostro mancare porta la terra alla sua fine.
Tu sei il controllo. Io il controllato. Non possiamo vivere l’uno senza l’altra.
Spandilo sulla mia pelle consumata.
Lei, Hayley Stark. Lui, Jeff Kohlver.
Il destino di lei è in come si chiama: stark.
Ascolta il suono continuato e in lieve crescendo, il picchiettio dei tasti, il quadro in lieve ondulazione.
Prima di cliccare sull’immagine, alza il volume
Hard candy (2005)
Regia: David Slade
Script: Brian Nelson
Cast: Patrick Wilson, Ellen Page

Oggi non poteva essere diverso.
Fuori la strada si fa di vivo. Non ripercorre niente di
nuovo. Solo le forme dei lampioni sono cambiate, ma la luce
è quella che tutti hanno sempre conosciuto. Non siamo persi
come possono farci credere. Eppure, non si muove niente, a quanto vedo.
A quanto vedi, sì. Non si muove. Gli insetti nel prato guardano noi che
vorremmo guardarli. In una piccola sorgente piove e continua a piovere.
Niente di nuovo. L’acqua è quella che noi abbiamo sempre bevuto e corre via.
Eppure, non si muove niente. A quanto vedo.
A quanto vedi, sì. Non si muove. Le parole hanno rinunciato ai polmoni.
Tra le collinette di neve nevica, sempre punteggiando, sempre
disegnando di latte le linee dell’asfalto e di tutto, in queste città.
Tra gli arbusti molli di neve i nostri piedi si raggomitolano
sempre di cuore. Eppure non si muove niente, a quanto vedo.
A quanto vedi, sì. Non si muove. Gli insetti innevati di neve guardano noi che
siamo innevati di tutto quello che continua a viaggiare sopra le cose delle città.
Il cancello che si apre e ci lascia entrare ha delle punte di ghiaccio
gradevole per i nostri occhi e le nostre dita d’acqua. Acqua dopo acqua
i fili d’erba crescono vicino al cancello. Eppure, non si muove niente, a quanto vedo.
A quanto vedi, sì. Non si muove. All’inferno noi continuiamo a respirare.
Non smettiamo di respirare. Nei nostri polmoni gira tanta aria che
a volte stentiamo a capire dove sta andando.
Abbiamo sei anni anni, noi tutti in queste città, in questi spazi piccoli e grandi,
a seconda di chi li guarda e di come sono guardati. I nostri sei anni
crescono, si formano verso altro che strizza l’occhio a quanto è venuto prima.
Ed è anteriore quello che vediamo mentre la nostra crescita
si fa sempre più matura. I nostri sei anni crescono. Eppure, non si muove niente, a quanto vedo.
A quanto vedi, sì. Non si muove.

Non ti avevo in mente. Avevo solo un riflesso sulla mano che ti toccava.
In un momento di serio acquazzone, tutto
si riversava su di me. In un momento tutto
tornava alla tua piccola voglia di vivere.
«Non voglio più vivere» dicevi.
Ma dove dondolavano gli alberi, io non c’ero. Il vento
soffiava forte come un fiammifero appena acceso. Io non
avevo quella immagine di te nella mia testa. Io non
avevo niente di quello che tu eri allora. Pensavo ad altro.
L’immagine di te è ora nitida, di bel colore, ancora giovane.
Ma tu ora non sei quello che tu potevi essere per me.
Ora sei il ricordo di un corpo caduto.

